
33) Epitteto. Teoria e pratica.
    Epitteto, anche se non arriva all'identificazione della
filosofia con l'impegno politico - come era stato per la media
Sto e ancor pi per Cicerone -, non concepisce il filosofo come
uno studioso che contempla in modo astratto la Verit: la sapienza
 tale quando  messa in pratica

Manuale, 49 (vedi manuale pagina 170).

    Quando qualcuno si vanter o si terr d'assai per sapere
intendere o poter dichiarare i libri di Crisippo, d teco stesso:
se Crisippo non avesse scritto oscuro, costui non avrebbe di che
gloriarsi. Ma che  poi veramente quel che io desidero? Intender
la natura e seguirla. Cerco dunque chi sia quello che me la
interpreti. E sentendo esser Crisippo, vo a lui. Ma non intendo il
suo scrivere. Cerco dunque uno che me lo esponga. E fin qui non ci
ha materia veruna di gloriarsi. Trovato lo spositore di Crisippo,
resta che io metta in pratica gli ammaestramenti ch'io ricevo. E
in ci solo consiste quel che fa onore. Ma se io invaghir della
facolt medesima della interpretazione, che altro mi verr fatto
se non che io diverr un grammatico anzi che un filosofo? salvo
che invece di Omero chioser Crisippo. Piuttosto dunque, se uno
dir: leggimi Crisippo, egli mi conviene arrossire, quando io non
possa mostrare i fatti concordi e somiglievoli alle parole

(Epitteto, Manuale, Rizzoli, Milano, 1996, pagine 122-123).

